LA VERA STORIA DI TOSA “PATRI MARITU”

LA VERA STORIA DI TOSA “PATRI MARITU”

by • 5 gennaio 2017 • Arte, Attualità, Evidenza, Media, Nazionale, Racconti, VIPComments (2)112

SALEMI. IL RACCONTO DI TOSA “PATRI MARITU”

Questa, è la storia di una giovane ed avvenente ragazza d’umile famiglia di “mazzampedi” (1) che si svolge prima e dopo la “granni verra” (2).

Un allegorica immagine di Tosa

Tosa figlia di mastru “Nicu”(3), ultima di dodici figli, visse un’infanzia piena di privazioni e fame nera.

Mastru Nicu tirava su a stento la numerosa famiglia, ma all’arrivo a Salemi dei Tedeschi invasori dovette ricorrere ad un piccolo prestito che con grande difficoltà concesse Don“Mimiddu” (4).

Ogni mese la povera Tosa si recava a piazza Cappuccini presso la casa del possidente Don Mimiddu e consegnava i pochi “spiccioli” che con gran fatica avevano messo da parte mastru Nicu ed i suoi figli.

 

I Tedeschi avevano razionato tutti i viveri e si erano insediati nella casa di Don Mimiddu. Per la famiglia di Tosa pagare la “mesata” (5) divenne impossibile.

Don Mimiddu, era un uomo sulla cinquantina, ricco possidente di “gran lignaggio” (6); il suo palazzo sito in piazza Cappuccini dal lato est insisteva sulla 1a traversa di via Stazione ove a pochi passi alcuni secoli prima, avevano assassinato il principe Alberto Monroy di Pandolfina alla cui congiura aveva partecipato un suo antenato.

La bella Tosa un bel giorno si presentò in lacrime nel palazzo di piazza Cappuccini dicendo al ricco possidente che la sua famiglia non poteva pagare la mesata.

Don Mimiddu divenne furioso e la fece rinchiudere in una stanza.

Questi, tuttavia, riflettendo e constatando che la famiglia di Tosa era davvero poverissima e non poteva pagare non solo quella rata ma neanche il resto del debito, pensò bene, il giorno dopo, di lasciare andare a casa la povera ragazza, ponendo la condizione che la giovane doveva sposarlo.

Mastru Nicu riunì tutta la famiglia non volendo sacrificare la sua figlia prediletta, Tosa, ma dalle loro tasche non tintinnava nemmeno una monetina e peraltro non possedevano alcuna “roba”(7). La povera ragazza piangeva a dirotto ma dovette convincersi a sposare, infine, Don Mimiddu.

Gli sposi

Il matrimonio si tenne nella chiesa dei frati Cappuccini, proprio a pochi passi dalla nuova dimora di Tosa. Non ci fu viaggio di nozze per la presenza degli ufficiali tedeschi in casa di Don Mimiddu e tutto sembrava risolto.

Passarono pochi mesi ed i paesani che la chiamavano Tosa “patri maritu”(8) cominciarono ad inventare storie lascive sia alimentate dalla notevole differenza d’età dei novelli sposi, sia per le mire di Von Klaus, un ufficiale tedesco che certamente non teneva mai le mani a posto, approfittando di certo del fatto che anche lui albergava nello stesso palazzo.

 

Fu un periodo tempestoso per la povera Tosa che pur godendo degli agi della nuova posizione sociale, doveva, infatti, sottostare ad ogni insidia e diceria.

Don Mimiddu prestava denaro ma, per farselo restituire con i lauti interessi, spesso doveva ricorrere alla cooperazione di qualche malavitoso ed un giorno mentre raccoglieva le arance in contrada “pioppo”(9) fu raggiunto da una palla vagante di avancarica.

La giovane Tosa rimase vedova sconsolata in un palazzo invaso dai tedeschi che di lì a poco dovettero fuggire per l’arrivo dei soldati americani.

Con l’invasione americana arrivarono i “picciotti”(10) di Antony Genco Russo originario di Salemi, capeggiati da Josie Baccalone detto “Thompson”(11) il quale lottizzò tutti i terreni a valle del palazzo del defunto Don Mimiddu, ambo i lati della via stazione, dandoli ad enfiteusi ai mezzadri.

Tosa, rimasta sola nel palazzone, si sprangava dentro all’imbrunire terrorizzata dai picciotti di Baccalone che gli mandavano messaggi “Tosa Garcìa(12) porta li dinari a mia” spesso legando “un pizzinu”(13) al collo di un gatto.

Tosa aveva in casa tante armi e munizioni e la notte dal suo palazzo partiva qualche sventagliata di mitra che teneva a debita distanza i malavitosi.

Un giorno pensò: “Se divento povera posso vivere tranquilla”?

Così di giorno cominciò a raccogliere carta e cartoni per le strade del quartiere ed a chiedere l’elemosina dicendo a gran voce che i tedeschi le avevano tolto tutto.

I gatti di Tosa

Tosa riempì tutto il palazzo di gatti pensando tra se e se: “Loro stanno svegli tutta la notte per prendere i topi; ma se entra qualche mal’intenzionato miagoleranno, proprio come fecero le oche del Campidoglio”.

Per molti anni, Tosa, condusse una vita misera, quella vita a cui il destino volle sottrarla, ma beffardo, le ripresentò puntuale quasi a volerle ricordare le sue umili origini.

Tutte le notti qualche sparo scuoteva il suo palazzo e spesso di udivano risa diaboliche.

Visse così tra carta, cartoni e gatti senza che nessuno la insidiasse più.

 

Alla sua morte, il funerale fu pagato dal Comune; i suoi eredi vendettero per poche lire il palazzo ormai diroccato.

Il nuovo acquirente del palazzo di piazza cappuccini era un ricco commerciante, tale “testa d’acitu”(14) di Guadalaira, che aveva fatto fortuna nelle Americhe. Costui, viste le pessime condizioni dello stabile decise di demolirlo e ricostruirlo.

Arrivarono le ruspe per demolire i ruderi ove era vissuta Tosa ma la primo colpo di benna, nello stupore di tutti i presenti e gli accorsi, venne giù una valanga di monete.

Le monete

Ovunque si spostasse la ruspa per demolire le mura pericolanti, veniva fuori una valanga di monete. Se ne raccolsero alcuni quintali con la meraviglia degli abitanti del quartiere che per anni avevano fatto l’elemosina a Tosa patri maritu.

“Destino beffardo” – pensarono tutti – “una vita di miseria con l’oro sotto i piedi, e mancu lu sapìa”. Spesso la serenità è da conquistare a caro prezzo.

“Ci aiu piaciri” – dissero altri, gustando una lenta vendetta, memori dell’origine di quel denaro tenuto nascosto perfino alla moglie da Don Mimiddu, “Malidittu iddi d’unnè, è”.

 

Il destino, tuttavia, fu più sottile e beffardo di tutti, schernendosi di ogni mortale, di Don Mimiddu, della povera Tosa patri maritu, dei Tedeschi, dei picciotti, degli eredi ed, infine, di testa d’acitu poiché, purtroppo, quella montagna suonante di denaro non aveva nessun valore perché fuori corso da tempo.

 

Questa è una storia romanzata a volte inventata ma racconta un’amara realtà che sempre si ripete.

Ogni riferimento a luoghi, persone, cose ed avvenimenti è puramente casuale ma serve a raccontare una storia inenarrabile.

 

Note a piè di pagina:

1) vicina contrada di Salemi 2) grande guerra mondiale 3) Nicolò 4) Don Domenico 5) le rate del prestito 6) di grande discendenza 7) proprietà 8) padre-marito 9) vicina contrada di Salemi 10) la banda criminale 11) il fucile della mala americana 12) Tosa Garcìa consegna i soldi 13) messaggio cartaceo estorsivo 14) testa pazza d’ubriacone

 

Racconto narrato e gentilmente concesso da Frank Calia

Riadattato da Davide Testa

Letto da Davide Testa

 

Pin It

Related Posts

2 Responses to LA VERA STORIA DI TOSA “PATRI MARITU”

  1. Salvatore Agueci scrive:

    Si chiamava Rosa e non Tosa. Io ho la foto, quando è morta: siamo al cimitero. Attorno alla bara vi sono P. Felice, le orfanelle, noi chierichetti (io allora ero uno di loro), chi portava quelle poche ghirlande e qualcun altro che non ricordo (la foto si trova sulla mia pagina di fb e su “Salemitani nel mondo”).

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>

Navigando in questo sito si acconsente all'utilizzo dei cookies.
Per ulteriori informazioni clicca QUI
Ok