LEGALITA'. RIFLESSIONI DI UNA DODICENNE. #IOSONOANGELA

LEGALITÀ. RIFLESSIONI DI UNA DODICENNE. #IOSONOANGELA

by • 12 aprile 2017 • Arte, Attualità, Cronaca, Distretto Belice, Evidenza, Media, Nazionale, Solidarietà, Stili di vita, VIPComments (0)15

ANGELA UNA DODICENNE CHE PUO’ FAR RIFLETTERE IL MONDO CON LA SUA RIFLESSIONE SUL CONCETTO DI LEGALITÀ. #IOSONOANGELA

Non è affatto facile nella frenesia di tutti i giorni fermarsi a fare delle riflessioni su argomenti che regolano o dovrebbero regolare la stessa esistenza di ogni individuo, adulto o ragazzino che sia. Eppure per una mera e fortuita casualità, poco tempo addietro ho incontrato un amico, Piero, che mi parlava estasiato ed incredulo di aver avuto il privilegio di leggere il pensiero di una ragazza di 12 anni, Angela, che lo ha profondamente turbato e stimolato al contempo su un concetto che ogni giorno, in ogni rotocalco, ogni media, ogni libreria e su tante bocche viene pronunciato e spesso abusato ed issato a cavallo di battaglia per i più disparati fini o promesse, la legalità”.

Chiedo di sapere più e lo stesso mi indirizza su Ermelinda, una docente dell’Istituto Comprensivo “Lombardo Radice – Pappalardo”. Tale nome evoca in me immediatamente ricordi che mi portano ad essere ciò che oggi sono. Siamo a Castelvetrano, in provincia di Trapani, una città molto legata al concetto di “legalità” per aver dato i natali al più ricercato latitante di mafia, Matteo Messina Denaro.

Tale circostanza ha portato, ingiustamente, ahimè, la città belicina più volte, per non dire ogni giorno, sugli schermi nazionali ed ovunque si parli di mafia, antimafia, criminalità e Stato. A Castelvetrano hanno sfilato le più autorevoli cariche istituzionali, politiche, i massimi custodi del pensiero antimafia, ogni genere di eroe che ogni giorno combatte e vive contro la mafia; questa parola “legalità” l’abbiamo udita in tutte le salse, in tutte le circostanze, fino ad esserci abituati ad essa, fino a confonderci sul vero significato della stessa, fino a credere perfino alle post verità, ad assistere ad arresti di uomini e donne anche dello Stato che in nome della “legalità” si sono messi al paro di coloro a cui davano la caccia o giudicavano.

Consapevole che per essere cittadini attenti e consapevoli, come ho più volte udito dalla bocca dello scrittore, giornalista Giacomo Di Girolamo, bisogna far caso o recuperare l’attenzione alle cose che si hanno accanto, non ho saputo resistere ed ho, così chiesto di incontrare direttamente la giovane Angela, assieme alla citata insegnate ed alla madre.

Sguardo sveglio Angela, dalle lunghe e ricce chiome scure, come il colore dei suoi occhi incantatori e puri. Fresca e geniale fin dalle prime parole che spiazzano per profondità, consapevolezza e sicurezza chiedo subito di contestualizzare l’origine della riflessione sulla “legalità” che vi invitiamo a leggere in fondo pagina. Angela racconta di un lavoro in classe – frequenta la II^ media – parla di regole, permessi e divieti sull’uso del telefonino in classe. Tutto normale, finché un giorno, durante un assemblea d’istituto, un docente, spesso flessibile sull’uso dell’oggetto anche in aula, chiede espressamente ai ragazzi di lasciare i telefonini in aula negli zaini perché “non si possono  e non si devono utilizzare durante l’assemblea” e così fanno tutti tranne il “furbo di turno” che infischiandosene della regola ostenta da gradasso il suo poter essere sopra ogni regola.

Tutti vedono, anche Angela che senza nessuna esitazione denuncia tale comportamento ai docenti, denuncia il tradimento ed il non rispetto della regola dettata dal professore, senza alcuna paura di dire le cose come stanno, senza alcuna paura di essere additata o isolata dal branco. In effetti accade quello che Angela temeva ovvero da subito scatta la protezione e la solidarietà nei confronti di chi ha compiuto il malfatto e di contro l’attacco verso chi ha denunciato.

Maresciallo” “Sbirro”"Infame“ sono alcuni degli appellativi che immediatamente ricadono alla volta di Angela che viene pure isolata.

Angela, aiutami a capire, perché lo hai fatto?” chiedo alla giovane per nulla turbata. Vedo il fuoco nei suoi occhi ma un sorriso improvviso ed orgoglioso annuncia la sua introduzione “Non accusare equivale ad avere la mentalità mafiosa. Essere omertosi, nascondere la verità che verrà comunque a galla non ha senso e non è da me” introduce subito la giovane che continua “Noi, siamo gli adulti del futuro. Fatti oggi stupidi se non corretti creeranno un abitudine sbagliata domani”. Per favore, aiutami a capire meglio Angela “Mi spiego meglio - continua - se oggi ci abituiamo a rubare e nessuno ci denuncia, ci corregge, domani di certo penseremo che rubare sia giusto o quantomeno normale”. Sono spiazzato, ho capito bene? Parlo davvero con una giovane studentessa di II^ media?

Giovanni Falcone

Angela senza molti giri di parole ed in maniera molto semplice, chiara e diretta in un attimo punta il dito su una società troppo tollerante, che lascia troppo scorrere, in cui ci si sente isolati, in cui si ha paura di ritorsioni, una società in cui non si vuol essere turbati da nessuno e per questo si chiudono gli occhi davanti a tutto, tollerando tutto, ignorando tutto, rimanendo indifferenti a tutto.

Abbiamo dimenticato le cose fondamentali” interviene Ermelinda, l’insegnante con un amara considerazione “ripartiamo da queste. Non abbiamo bisogno di eroi, ma di persone che come Angela ci ricordino di fare ogni giorno piccole ma grandi cose, ci ricordino di fare semplicemente il nostro dovere”.

Chiedo ad Ermelinda ed alla mamma di Angela come nasce la “riflessione sulla legalità“ che questa introduzione vuole contestualizzare. “Un concorso sulla legalità è stata la fiamma di tale estro”, un concorso autorevole vengo a sapere più avanti da altre fonti, un concorso indetto dalla Fondazione Falcone, massima espressione del concetto di “legalità”  legata a regole, a mafia ed antimafia, a giustizia, ad eroi. A tale concorso, tuttavia, ad Angela non è consentito accedere perché possono accedervi solo pochi eletti che soddisfino rigidi criteri dettati dal regolamento, rispetto di forma, rispetto di righe, di battute, di caratteri. “Angela e tu che ne pensi?” chiedo subito. “Io? – quasi sorpresa – Io il premio l’ho avuto. Io ho già vinto. Rifiuto di mettere il mio pensiero in carcere, ovvero dentro rigidi schemi di righe. Io non posso e non voglio modificare il mio testo. Io non voglio e non posso modificare ciò che ho espresso col cuore”.

Non aggiungo altro, lasciando ad ognuno di Voi la lettura integrale del testo espresso dal pensiero di questa meravigliosa dodicenne, Angela, certo che farà riflettere anche Voi, migliorandovi.

Quando mi viene assegnato di trattare un nuovo argomento, per abitudine presa sin da piccola, mi piace cercare sul vocabolario l’esatto significato della parola-chiave. Così, anche questa volta, sono “partita” alla ricerca del termine “legalità” e ciò che ho trovato è stato :“conformità alle leggi”.

Non so esattamente perché, ma questo significato mi ha un po’ delusa; l’ho trovato troppo tecnico e formale. E’ come se il significato del dizionario, da me sicuramente non interpretato alla perfezione, mi indirizzasse solo ad un rispetto delle regole del vivere civile, ad una esteriore correttezza comportamentale.

La “mia” legalità viene dal cuore, è più interiore. Io nel termine “legalità” vedo giustizia , rispetto, moralità, correttezza di animo. Se è presente la “mia lega-moralità”, credo che tutto il resto discenda come corollario.

Legalità è senz’altro rispetto per le regole, ma prima di tutto per quelle che proteggono il debole dalle vessazioni del più forte,  per quelle che permettono di fare integrare chi si trova in difficoltà, per quelle che non inducono a coprire chi si comporta male.

Credo esista infatti una illegalità omissiva, ben più colpevole di quanto si possa pensare: l’illegalità del non agire per paura, per non correre il rischio di essere allontanati da un gruppo, l’illegalità di chi non parla dinanzi a qualcosa di ingiusto per non prendere posizione, l’illegalità di chi, pur sapendo, tace, l’illegalità dell’uniformità alla massa.

Sono sicura, io, che questo tipo di comportamento sia fortemente condannabile perché tacitamente permette agli altri di agire male.

Io sono ancora una bambina, ho dodici anni, ma quando noto, anche in classe, che vince la furbizia sulla correttezza, che chi rischia e chi osa subisce e chi tace e nasconde vince…provo una rabbia “rivoluzionaria”.

E poi esco fuori ed ascolto magari i miei genitori che dicono che ci sono delle tasse che si devono pagare, per legge, entro una certa data; in caso contrario, si è costretti a versare, in più, una mora. Ci sono situazioni però, secondo me ben più gravi, per cui non c’è alcuna mora da pagare: se allontani o prendi in giro un disabile non paghi la mora, se la furbizia ti permette di fregare il più debole, non c’è una mora da pagare, se un ragazzo, solo perché proviene da una situazione familiare difficile, viene subito etichettato, non credo ci sia sovrattassa. O forse sì, ed è ancora più salata: è quella dell’anima tiepida, quella del non stupirsi e del non vergognarsi più per niente, quella del non fare più caso a niente, quella del non sapere chiedere scusa, quella che ci fa ritrovare ad essere divenuti indifferenti di fonte a qualunque scorrettezza.

E poi c’è la falsa legalità: ancor più subdola: quella di chi, se non è visto dal vicino di casa, butta la spazzatura a qualunque ora, salvo poi dichiarare di tenere all’ambiente, quella di chi, profittando dell’assenza del datore di lavoro si allontana dallo studio per andare al bar, salvo poi lamentarsi perché tutto in Italia va male. Ma quando ho accennato sopra alle “stupide vittorie” dei furbi, credo di avere già implicitamente toccato l’argomento.

La legalità abbraccia tutta la vita, tutte le azioni quotidiane, tutti gli approcci e i rapporti umani; la legalità dobbiamo cercarla e trovarla dentro il nostro cuore, la spinta deve venire da dentro.

Se il nostro cuore, anziché essere educato all’amore, è educato all’egoistico predominio dell’io…inutile parlare di legalità”.

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Occorre compiere fino in fondo il proprio dovere, qualunque sia il sacrificio da sopportare, costi quel che costi, perché è in ciò che sta l’essenza della dignità umana” (Giovanni Falcone).

  

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